Valeria Pedretti, 79 anni, suora all’Istituto Palazzolo che si prende cura delle consorelle anziane o malate, e Flaminia Rossi, 77 anni, casalinga con la passione per i viaggi. Vite diverse, ma un destino comune: entrambe da dieci anni vivono con un cuore artificiale. Nel 2015, per questioni anagrafiche, non hanno potuto essere candidate al trapianto, la soluzione standard per l’insufficienza cardiaca terminale. Oggi sono le due pazienti con cuore artificiale più longeve seguite dall’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e probabilmente tra le più longeve al mondo, considerando che la sopravvivenza media a cinque anni dall’impianto è del 58%.
Il cuore artificiale, tecnicamente chiamato Ventricular assist device (Vad), è una pompa posizionata all’interno del torace e collegata al cuore. Il dispositivo aiuta il ventricolo sinistro a pompare il sangue verso l’aorta, creando un flusso continuo. La pompa è controllata da un piccolo computer (controller) e alimentata da due batterie, posizionati all’esterno del corpo e collegati tramite un cavo che esce dall’addome. Il risultato è una sorta di zainetto che si può portare sulle spalle o in borsa, con batterie ricaricabili in autonomia.
«Valeria e Flaminia sono l’esempio più concreto di come il Vad oggi non sia solo un ‘ponte’ verso il trapianto, ma anche una soluzione definitiva per chi ha una grave insufficienza cardiaca ma non può essere inserito in lista d’attesa, per limiti di età o per altre condizioni che li rendono incompatibili con un trapianto di cuore – spiegato Amedeo Terzi, responsabile del Centro trapianti di cuore dell’ospedale Papa Giovanni XXIII -. Entrambe hanno una buona qualità della vita e svolgono anche attività non scontate con la loro malattia: Valeria si prende ancora cura con tanta dedizione delle sue consorelle meno fortunate di lei e Flaminia si divide fra la cura della casa e i viaggi».
Michele Senni, direttore del Dipartimento cardiovascolare, sottolineato i progressi della tecnologia: «I progressi tecnici dei sistemi meccanici che supportano un cuore molto malato negli ultimi anni sono stati straordinari. Oggi possiamo contare su dispositivi molto piccoli e performanti. La sfida della ricerca in questo campo è riuscire a fare a meno del cavo che unisce la pompa al controller e alle batterie attraverso sistemi wireless e migliorare la biocompatibilità della pompa impiantata a contatto con il cuore».
Il cardiologo Attilio Iacovoni, che segue il decorso di questi pazienti, precisa però i limiti attuali: «Difficilmente si arriverà a poter fare a meno dei trapianti da cadavere. Si sta lavorando per arrivare a un meccanismo che possa sostituire entrambi i ventricoli, ma la strada da percorrere è ancora lunga e non priva di difficoltà». Valeria e Flaminia hanno finora evitato le complicanze più comuni di questi dispositivi, come ictus, emorragie, infezioni e malfunzionamenti del ventricolo destro.
All’ospedale Papa Giovanni XXIII vengono impiantati ogni anno dai 10 ai 12 Vad in pazienti con insufficienza cardiaca terminale, come ponte al trapianto oppure come soluzione definitiva per chi non può essere in lista d’attesa. «La risposta che diamo è sempre calibrata sul bisogno di salute del paziente che abbiamo davanti, in un’ottica di appropriatezza degli interventi e di beneficio finale per il paziente e per la sua qualità di vita – commenta Alessandro Amorosi, direttore sanitario -. La ricerca e la tecnologia ci daranno soluzioni sempre più numerose e performanti. Il lavoro dei professionisti della salute sarà sempre più in futuro quello di individuare la soluzione più adatta per ogni tipologia di condizione e di paziente, per una medicina sempre più di precisione e ‘ritagliata’ sui reali bisogno della persona, in un’ottica anche di sostenibilità e miglioramento sempre più deciso degli outcome di cura».
Francesco Locati, direttore generale dell’ospedale, evidenzia le capacità del centro: «Il nostro Dipartimento cardiovascolare si distingue nel panorama nazionale e non solo per la capacità di dare una risposta a un range molto ampio di pazienti, che vanno dal neonato che nasce con un cuore malato al grande anziano, con al centro una fitta e variegata casistica di persone che devono fare i conti con problematiche cardiache trattate secondo i più recenti standard di cura e le novità scientifiche che la ricerca, condotta anche all’interno del nostro centro, riesce ad offrire alla clinica di tutti giorni. Valeria e Flaminia credo siano l’esempio più concreto dei traguardi che si riescono ad ottenere quando la tecnologia incontra la competenza e la dedizione dei nostri professionisti».


















