«Internati liberi» è uno di quegli ossimori, contraddizioni in termini, che in certi casi gli uomini s’inventano forse nell’illusione di avere la coscienza meno sporca. Quale tipo di libertà possa avere un internato è facile da capire. E, difatti, gli ebrei che durante la seconda guerra mondiale in Italia avevano questo status erano stretti tra mille vincoli.
Dal 1941 al 1945 Clusone fu, in Bergamasca, il centro abitato che ospitò il maggior numero di ebrei internati liberi. Ben 57. Il numero ha portato una ricercatrice cecoslovacca a scambiare la cittadina seriana per un campo di concentramento. Sulle vicende di queste persone getta per la prima volta un fascio di luce una ricerca curata da Mino Scandella. Il volume, pubblicato a fine 2016, è il decimo della collana «Quaderni di Clubi», della biblioteca di Clusone.
Come titolo è stato scelto «Ricordate che questo è stato», chiaro riferimento al «Meditate che questo è stato» di Primo Levi in «Se questo è un uomo». Il lavoro di Mino Scandella è contestualizzato da una doppia introduzione: Mario Brusasco si concentra sulla «Persecuzione ebraica in Europa e in Italia»; Carla Polloni sugli «Ebrei nella Bergamasca tra persecuzione e accoglienza». Il volume è poi corredato dalle foto di Ilaria Poletti.
«La ricerca è iniziata abbastanza casualmente – spiega Mino Scandella -. Un gruppo di ciclisti clusonesi che ogni anno percorre itinerari piuttosto lunghi, anche in Europa, aveva deciso di andare ad Auschwitz. Mi ha chiesto qualche notizia sugli ebrei a Clusone. Sono andato nell’archivio comunale e ho trovato parecchi fascicoli sugli ebrei internati liberi. Prima ne ho parlato in una serata, poi il materiale è finito in questo volume».
Nel libro, Mino Scandella spiega anzitutto come queste persone giunsero a Clusone. «Nel giugno del 1941, pare su pressione del Vaticano, il regime fascista diede ai gruppi familiari internati nei campi di concentramento la possibilità di essere trasferiti in alcuni piccoli centri del nord Italia, come “internati liberi”, con limitazioni della libertà personale e con una serie di altri divieti ma non più in campi di concentramento chiusi e custoditi».
Vennero scelti paesi lontani dalle vie di comunicazione principali, ma con la presenza di una caserma dei carabinieri. I centri turistici più importanti erano vietati agli ebrei, tranne in casi eccezionali, per motivi di salute. Ma, scarsi gli alloggi in altri paesi bergamaschi, la questura scelse anche Clusone, proprio per i posti disponibili in quanto centro di villeggiatura.
«Tutti gli internati al loro arrivo venivano schedati in una sorta di anagrafe provvisoria», si legge ancora nel libro. Proprio questi documenti, oltre settant’anni dopo, hanno permesso a Mino Scandella di ricostruire le loro vicende. L’autore si è fatto aiutare anche da libri che raccontano la storia di queste persone, da testimonianze, da cartoline e lettere. Come la corrispondenza tra Israel Zafran e l’allora parroco di Rovetta don Giuseppe Bravi, resa nota solo nel 2015 dalla nipote del sacerdote suor Carmela.
Don Bravi accolse due famiglie internate a Clusone e le protesse. «Non parlò mai con nessuno di ciò che aveva fatto per salvare gli ebrei in pericolo». Ma furono tante le persone che, a Clusone come nei paesi vicini, si comportarono allo stesso modo, «anteponendo alla prudenza, alla convenienza e al proprio interesse la voce della coscienza e il senso di umanità».
«Non ho potuto sapere quante furono, ma la loro generosità può avere aiutato gli ebrei “salvati” a riacquistare un po’ di fiducia negli esseri umani», scrive ancora Mino Scandella. Allo stesso tempo, però, «Alice Redlich, la cui storia è stata raccontata in un libro dal figlio Riccardo Schwamenthal, «ricorda che a Clusone c’erano “tante carogne” che resero difficile il soggiorno ai confinati; si riferiva soprattutto ai notabili e alle autorità comunali».
Purtroppo, c’è stato anche chi non ha potuto raccontare la propria storia, perché la sua vita è finita sul binario morto di Auschwitz. È il caso del piccolo Harry Zeuger, che appena sceso dal treno finì direttamente alle camere a gas. Mino Scandella dedica a lui le ultime parole del libro: «Quando passo in Longarete penso a quel bambino che qui abitò e forse ebbe qualche momento felice giocando con i coetanei, prima del tragico epilogo della sua breve vita».
Il libro sarà presentato in occasione del Giorno della Memoria, venerdì 27 gennaio, alle 20,45, nella Sala Legrenzi di Palazzo Marinoni Barca (via Clara Maffei, 3).
Qui lo speciale di Antenna2 con Mino Scandella, Mario Brusasco e Carla Polloni.

















