«Il calo di voti è evidente e per questo si è iniziato a fare un’analisi seria.» Inizia così l’intervista a Daniele Belotti, militante della Lega dal 1989, deputato uscente e per quattro volte segretario provinciale del Carroccio di Bergamo.
Dopo le elezioni del 25 settembre lei ha postato sulla sua pagina Facebook il video del suo intervento al congresso della Lega Nord del 2013 nel quale diceva: «i militanti sono diamanti. Non possiamo imporre le candidature dall’alto e dobbiamo evitare la tendopoli in via Bellerio di tutti quei “leccaculi” che elemosinano una candidatura.» È ancora questo il problema?
«Sentendo le varie sezioni, a maggior ragione dopo il risultato delle elezioni politiche, emerge che i problemi sono diversi. Io ho ripreso quelle mie parole perché ritengo che ci sia la necessità di dare più riconoscimento e rispetto ai militanti, dando loro voce attraverso i congressi.»
Calderoli invece sostiene che questa debacle elettorale è causata dal vostro appoggio al governo Draghi.
«Sicuramente ha penalizzato. Allora era stata una scelta di responsabilità di fronte alle emergenze del Paese e un partito come la Lega, che aveva un’ampia fetta di parlamentari, non poteva tirarsi indietro. Questa decisione l’abbiamo pagata, ma era una scelta necessaria.»
Però, in un sondaggio di Ipsos per Corriere pubblicato il 1° ottobre emerge che il 67% degli elettori leghisti era a favore del governo Draghi.
«Soprattutto al nord le categorie produttive, dall’artigiano al grande imprenditore, evidentemente in un momento di difficoltà chiedono stabilità. La scelta di fare cadere il governo non è stata compresa. Però, va sottolineato che la responsabilità della fine dell’esecutivo Draghi è esclusivamente del Movimento 5 stelle. Per far capire l’impreparazione e l’incapacità amministrativa dei grillini bisogna ricordare che hanno tolto la fiducia al governo per impedire l’inceneritore di Roma, una città che in periferia ha rifiuti ovunque e dove ci sguazzano cinghiali, pantegane da un metro di lunghezza e gabbiani che sono grandi come dei condor. Quindi stare al governo con degli irresponsabili di questo genere era impossibile.»
Ma allora, per risollevarsi, di cosa ha bisogno la Lega?
«Deve riuscire ad attuare ciò per cui è nata. La gente del nord negli anni ci ha dato fiducia perché parlavamo di federalismo e autonomia. Vogliamo tornare ad essere la Lega di una volta. Per riavere la fiducia della gente dobbiamo portare la Lombardia e il Veneto, che avevano votato in massa per l’autonomia, ad avere maggiori competenze.»
Quindi, lei è a favore del “Comitato nord” di Umberto Bossi?
«Se serve per tenere alto il tema dell’autonomia sì. Io non so ancora se aderirò, ma se questo comitato nasce per ricordare alla Lega che le istanze del nord sono prioritarie all’interno del movimento io dico: sì va bene, serve.»
E cosa pensa dell’idea di Maroni di sostituire Salvini con Zaia?
«Adesso vanno fatti i congressi dal basso e poi si arriverà anche a quello federale. Saranno i militanti a decidere se va confermato Salvini o se c’è bisogno di un nuovo segretario. Però per prima cosa si deve chiedere a Zaia se è disponibile o meno, perché non mi sembra che lo sia.»
A proposito di congressi. Il primo a livello provinciale sarà proprio questo di Bergamo il 20 novembre. Sembra che nessuno voglia fare il segretario provinciale. È vero?
«Io l’ho fatto per quattro volte, quindi so cosa vuol dire. È l’incarico più difficile e più “rognoso” all’interno della gerarchia del movimento, perché ricevi un sacco di critiche, devi girare come una trottola, devi avere una pazienza illimitata e ci devi mettere pure i soldi della benzina. Per fare un esempio, abbiamo una sezione a Schilpario e una a Fontanella, quindi sono 100 chilometri. Ovviamente c’è qualcuno che ci sta pensando, ma deve fare bene i conti sul tempo che ha a disposizione tra lavoro ed incarichi istituzionali. Non dimentichiamoci che Bergamo, come voti, è la prima provincia della Lega, ci sono cento sezioni e siamo sicuramente in momento non facile. Qualcuno ha l’ambizione di farlo, ma prima deve calcolare bene l’organizzazione della sua giornata. Io confermo che non mi ricandido: penso di aver già dato abbastanza.»
Il prossimo impegno elettorale saranno le regionali in Lombardia. Cosa ne pensa lei dello scontro tra Fontana e Moratti?
«Sinceramente mi ha deluso il fatto che una personalità importante come Moratti, che è stata chiamata in un ruolo di prestigio in un momento di difficoltà, non abbia questa riconoscenza verso chi le ha proposto la vice-presidenza della Regione e adesso avanzi pretese per sostituire chi l’ha voluta. Non mi sembra molto corretto, anche dal punto di vista umano.»
Quindi, nonostante tutte le critiche, la Lega sostiene ancora Fontana?
«Se parliamo del Covid è stato un momento drammatico. La Lombardia è stata la prima realtà del mondo occidentale ad essere colpita del virus. Gli errori e le difficoltà lombardi sono emersi anche in altri paesi dove si pensa ci sia un’organizzazione anche superiore. Però, dopo aver superato quella prima fase, abbiamo visto che la Lombardia è diventata un esempio a livello mondiale per quanto riguarda il programma di vaccinazione. Questo ha fatto riscattare la gestione Fontana. Inoltre, mai come in questi anni la Regione è riuscita a garantire ai comuni così tanti soldi per fare le opere.»
Ma a livello nazionale, Salvini farà il ministro o solo il segretario?
«Farà sicuramente il ministro, ma non so di cosa. Io non sono al tavolo delle trattative che è limitato ai leader.»
Cosa ne pensa della rielezione di Umberto Bossi?
«Lui è un simbolo. Ovviamente a causa dei suoi problemi di salute garantirà una presenza minima in Senato. Ne abbiamo assolutamente bisogno. Soprattutto oggi che torniamo a rivendicare con forza l’autonomia. È stato lui da solo, ad inizio anni Ottanta, a chiedere per primo il federalismo. Bossi rappresenta la storia della Lega e nessuno può rinnegarla.»
Lei alle ultime elezioni politiche non è stato ricandidato. È sempre per il motivo di cui parlava nel 2013, ovvero che ci sono troppi “leccaculi” che sono andati a pregare per un posto?
«(ride) Bella questa! Non lo so. Allora io sono un soldato e prendo atto. Che dovessero esserci dei tagli pesanti era scontato visto il taglio dei parlamentari: uno su tre doveva restare a casa d’ufficio. Sono state fatte delle scelte. Io sono soddisfatto del mio lavoro alla Camera, visto che sono stato definito il più produttivo e il mio motto personale è “la maglia sudata sempre”, ovvero la frase che c’è scritta sulle maglie della mia Atalanta. Avevo una grandissima responsabilità, ovvero quella di rappresentare la gente delle valli bergamasche e per questo ci ho messo il massimo impegno. Non posso negare di essere rimasto amareggiato di non essere stato ricandidato, ma la consapevolezza del mio lavoro mi ha aiutato ad alleviare un po’ la delusione.»
Non le sembra di essere troppo umile ad autodefinirsi solo un soldato nella gerarchia della Lega?
«Io in questo momento sono un militante. Punto. Non ho incarichi di nessun tipo. Quindi sono un soldato.»
Quindi cosa farà Daniele Belotti?
«Io sono entrato in Lega a vent’anni per un’idea di libertà, di autonomia e di difesa dell’identità locale. Quindi è una battaglia che continua, perché se ci credi la persegui al di là del ruolo che hai. Non è la poltrona che ti deve far muovere, ma il cuore.»
Ma questa sua idea di autonomia e libertà è accettata anche dai suoi compagni di partito che vengono dalle regioni del sud Italia?
«Se una persona ha aderito alla lega in qualsiasi zona del Paese, sa che da sempre l’autonomia delle regioni, in primis Lombardia e Veneto, perché l’hanno chiesta con un referendum, è imprescindibile.»
Perciò con questo governo è il momento giusto per raggiungere questa autonomia?
«Lo spero davvero. Adesso o mai più.»

















