Il suo cuore è il motore di una vecchia lavatrice. Da lì nascono tutti i movimenti: il contadino che taglia l’erba, il fabbro che picchia sull’incudine, l’arrotino che affila alla mola, la massaia che fa il bucato. Il presepe diventa così uno dei nostri piccoli paesi di montagna alcuni decenni fa. Pepe Polito, con ogni probabilità, si ispirò a Santa Brigida, in Alta Val Brembana, dov’era nato e vissuto. Scolpì le statuine nel legno, una ad una, lungo un arco di tempo di quasi cinquant’anni.
Il «presepe de legn», come viene chiamato, in questi giorni si può vedere nella chiesa parrocchiale di Casnigo, dove sarà ospitato almeno fin dopo l’Epifania. È un’occasione preziosa per ammirare da vicino questa opera d’arte e d’ingegno. «In questo presepe l’autore ha voluto far passare il concetto che la vita può essere anche qualche cosa di positivo, il lavoro può essere vissuto come un momento di gioia se c’è qualche cosa che ci unisce. In questo caso, quello che unisce è la Natività. Questo presepio in fondo è una preghiera per la pace», sottolinea Natale Bonandrini, che ha contribuito a portare il «presepe de legn» in Val Seriana.
L’autore, Pepe Polito, all’anagrafe Giuseppe Regazzoni, se ne è andato nel 1993. Alle sue statuine ha voluto affidare un messaggio che sentiva forte dentro di sè, anche per la sua storia personale: «Era rimasto orfano perché il papà era morto durante la prima guerra mondiale. Lui aveva fatto la seconda ed era rimasto ferito e fatto prigioniero», prosegue Bonandrini.
Pepe Polito ha iniziato a lavorare al suo presepe poco dopo essere tornato dalla guerra e praticamente non ha mai smesso. Guardando le statuine, si nota un’evoluzione nel modo di lavorare il legno: le prime, più semplici, sono colorate; le ultime hanno tratti essenziali. «Per ogni personaggio sceglieva un’essenza particolare – spiega Bonandrini -. Ad esempio, il gruppo statuario della Natività è stato realizzato con il legno di un noce che deviò un fulmine salvando la vita alla sua mamma. Non è un caso che la Madonna sia stata realizzata con un pezzo di legno che ancora porta il segno di quel fulmine».
Un discorso a parte lo merita poi il meccanismo che fa muovere quasi tutte le statuine. «Si parte dal motore di una vecchia lavatrice che va a 5000 giri al minuto. Bisogna poi demoltiplicarlo in modo che dia il movimento giusto ad ognuno dei personaggi. Le velocità sono diverse, perché i movimenti non sono sincronizzati e ogni statuina si muove secondo la sua cadenza. Di tecnologico in senso stretto non c’è nulla. C’è solo una grandissima capacità di pensare, di ragionare, e una manualità spinta ai limiti massimi».






















