Home Bergamo-Con-La-Valigia Bergamo con la valigia, Daniele ha scelto l’Uruguay

Bergamo con la valigia, Daniele ha scelto l’Uruguay

Daniele (a destra) in Uruguay

Da Bergamo al Sud America: è il percorso in estrema sintesi di Daniele Pendezzini, di Capriate, che a un certo punto della sua vita ha deciso di fare le valigie e, dopo avere parlato un po’ con un amico di Roma, ha scelto l’Uruguay dove è arrivato nel marzo del 2013.

Daniele Pendezzini è nato a Capriate nel 1983. La nonna materna, Maria Trussardi, è originaria delle Fiorine di Clusone. Si è trasferita a Bergamo quando si è sposata con Giuseppe Bertuletti. La famiglia paterna invece è originaria di Crespi e Brembate. «Ho studiato chimica tessile all’ITIS Pietro Paleocapa “Esperia” – racconta Daniele – diplomandomi nel 2002. Fino al 2013 ho svolto vari lavori nelle fabbriche chimiche e tessili della zona. Nel 2005 sono stato con il Patronato San Vincenzo in Bolivia e in Ecuador con la Organizzazione Mato Grosso. Nel marzo 2013 mi sono trasferito a Montevideo, capitale della Repubblica Orientale dell’Uruguay. All’inizio le cose sono andate bene. Grazie agli studi svolti e alle esperienze maturate a Bergamo ho trovato immediatamente impiego come tecnico chimico in una fabbrica di mangimi. Per problemi dell’azienda, dopo circa due anni sono rimasto senza lavoro. Ho quindi iniziato a fare il giardiniere, cercando nel frattempo di informarmi sulla possibilità di diventare professore di chimica negli istituti superiori. Attualmente lavoro in una fabbrica di birra artigianale e frequento l’istituto per professori “José Artigas”. Se tutto andrà per il verso giusto, stimo in un paio di anni di iniziare a lavorare come docente».

L’Uruguay è un Paese piccolo come dimensioni (il suo territorio equivale per circa la metà a quello dell’Italia) e ancora di più come popolazione (3,5 milioni). «A differenza dell’Argentina e del Brasile – spiega – la situazione economica è stabile nonostante negli ultimi 2-3 anni sia leggermente aumentato il tasso di disoccupazione. Nel Paese sono rimaste poche industrie e per questo non è facile riuscire a lavorare stabilmente nel settore. Per questo mi sto interessando alla possibilità di fare il docente».

L’Italia e gli italiani hanno dato un contributo importante in Uruguay. «Circa la metà della popolazione è di origine italiana. Dal 1850 all’inizio del ‘900 principalmente venivano lombardi, liguri, piemontesi e veneti; poi cominciarono ad arrivare calabresi, campani e lucani. Considerando la diffusa rete di parentele tra le popolazioni dei due paesi, verso l’Italia c’è un insito sentimento di affetto. E il legame si vede anche girando la capitale: Montevideo nei suoi monumenti ricorda alcune delle nostre figure storiche come Giuseppe Garibaldi (con una statua al porto) e Bartolomeo Colleoni (che troneggia di fronte alla Facoltá di Architettura). Nello specifico Garibaldi è considerato un personaggio storico importante: proprio per le sue imprese nell’Uruguay e nel Rio Grande do Sul (in Brasile) viene ricordato come “L’eroe dei due mondi”. Lo scorso luglio, come Associazione dei Bergamaschi, insieme all’Associazione Garibaldina e all’Ambasciata Italiana, organizzammo un’attivitá nel giorno della nascita del grande nizzardo».

Come in Italia anche in Uruguay il tifo calcistico si vive con passione. «Il calcio qua è lo sport con la s maiuscola: sono davvero fanatici! Il campionato di serie A praticamente è quasi solo tra squadre della capitale (Montevideo). La rivalità più sentita è tra il Peñarol e il Nacional. Il Peñarol è considerato il team degli italiani, il nome deriva infatti da Pinerolo. Nel mio piccolo un poco alla volta cerco di trasmettere ai miei amici la mia forte passione per l’Atalanta».

E come si segue la squadra amata dai bergamaschi in un altro continente? «Con Internet finalmente si riescono a vedere tutte le partite – spiega – e seguire l’Atalanta non è solo guardare una partita di calcio. A tanti chilometri da casa è un modo per mantenere un legame. La cosa più bella è sapere che quando grido la parola “goal”, allo stesso tempo lo stanno facendo mio padre, i miei fratelli, i miei nipoti, gli zii, i cugini, e gli amici di sempre a 10.000 km di distanza».

La forte emigrazione dall’Italia e dalla Spagna s’incontra anche a tavola. «Per un uruguayano è normale mangiare pasta, ravioli, gnocchi e cotoletta alla milanese – racconta -. Il piatto nazionale, la materia prima non manca, è la grigliata di carne, chiamata ‘asado’. Nel Paese si allevano piú di 30 milioni di manzi. Per un pranzo bergamasco-uruguayo si potrebbe fare un ‘asado’ accompagnato da polenta, formaggi nostrani e un buon bicchiere di vino rosso».

Il fuso orario con l’Italia è di 3 o 4 ore. «Da un paio di anni – racconta – l’Uruguay ha deciso di non adottare l’ora legale durante l’inverno». Certo non è facile vivere lontano da casa. «Quello che manca di Bergamo – continua – sono gli affetti e pure alcuni luoghi. I luoghi assumono infatti un senso particolare, in quanto associati alle persone a cui vogliamo bene. Per esempio io sono di Capriate, non ho mai vissuto alle Fiorine. Allo stesso tempo per me è bello andarci perché è il paese di mia nonna Maria e dove mia madre e gli zii passavano le estati dai parenti».

Quando si vive molto lontani da casa non si possono affrontare lunghi viaggi con una certa frequenza. «Cerco di tornare ogni due anni – racconta -. A breve, nel diventare docente, avrò sempre il mese di gennaio libero, che qui come clima equivale all’agosto italiano. Quindi il piano è tornare un gennaio ogni due anni».

Adattarsi a una cultura o a un posto diverso non è facile. «I problemi sono numerosi – spiega -: si va dalle piccole differenze nel senso comune quotidiano a differenze nel modo di relazionarsi. Il tutto sommato all’essere solo e lontano dalla terra natia. Il riuscire a superare queste difficoltà già non è poco. In questi cinque anni ho conosciuto un centinaio di ragazzi della mia età tra italiani, spagnoli, francesi e altri paesi europei e del Sud America. Alla fine siamo rimasti in due: un bergamasco e una ragazza del varesotto. Tutti gli altri sono tornati indietro».

«Per chiudere – chiosa -, azzardo una conclusione: le difficoltà del vivere come emigrante ti obbligano a far uscire il carattere bergamasco, così come descritto nella poesia “Caràter de la rassa bergamasca: fiàma de rar, sòta la sènder, brasca” di Giacinto Gambirasio».

LASCIA LA TUA OPINIONE

Please enter your comment!
Please enter your name here