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L’Amazzonia in fiamme negli scatti in mostra a Gandino

Foto di Lorenzo Zelaschi

Nel 2019 in Amazzonia sono bruciati circa 12 milioni di ettari di foreste. Finora è andato perso oltre il 17% della superficie di questo grande sistema ecologico, fondamentale per la vita sulla Terra. Si rischia di raggiungere il punto di non ritorno del 25%, come spiega il Wwf nel report “Un 2019 di fuoco”, pubblicato in occasione della Giornata mondiale del suolo.

Una catastrofe naturale di cui è stato testimone diretto il fotoreporter bergamasco Lorenzo Zelaschi, 34enne, che ha trascorso i mesi di settembre e ottobre nella parte di foresta amazzonica della Bolivia del nord, in collaborazione con il Centro missionario diocesano di Bergamo. I suoi scatti si possono vedere fino all’8 marzo 2020 al Museo dei Presepi di Gandino, all’interno della speciale sezione denominata “Arte del Presepio: Amazonia”. Un’iniziativa che da un lato vuole valorizzare la corposa raccolta di presepi provenienti dal Sud America, dall’altra dialogare con i temi proposti dal Sinodo per l’Amazzonia indetto da Papa Francesco, che il 18 ottobre nei Musei Vaticani ha anche inaugurato la mostra “Mater Amazonia”, da cui deriva il titolo dell’esposizione gandinese.

Foto di Lorenzo Zelaschi

«Le fiamme vengono appiccate per creare spazio per l’allevamento di bovini, con l’obiettivo di fornire proteine animali all’Occidente. Hanno trasformato in cenere milioni di ettari di foresta pluviale – spiega il fotoreporter bergamasco, che è stato ospite nella diocesi del vescovo bergamasco Eugenio Coter -. Nella regione amazzonica della Bolivia del Nord, più precisamente attorno alla città di Cobija, mi sono addentrato per centinaia e centinaia di chilometri senza trovare altro che terre abbandonate. Qua e là spuntano le spoglie di quelli che un tempo erano alberi. Le attività di pascolo e allevamento rendono in pochi anni il suolo infruttifero, secco e arido, desertico. C’è quindi un continuo bisogno di spostarsi, abbattendo altre porzioni di foresta in un circolo vizioso difficile da spezzare».

Non solo dramma ambientale. In Bolivia Lorenzo Zelaschi ha toccato da vicino problemi come la diffusissima corruzione e le trasformazioni sociali, ma ha potuto anche sperimentare il forte senso di umanità delle popolazioni indigene. «Attraverso l’utilizzo della fotografia e della scrittura desidero mostrare il mondo per ciò che è, ombra e luce, con uno sguardo però sempre positivo. Credo che mai come ora abbiamo bisogno di storie felici che possano aiutarci a comprendere come dietro ai mali del mondo esiste, è sempre esistita e sempre esisterà una forza benevola. Dal mio punto di vista, lo scopo più alto della creatività e dell’arte è quello di riconoscere e sostenere questa forza».

Foto di Lorenzo Zelaschi

Lorenzo Zelaschi (qui il suo sito web) è un fotografo e storyteller freelance, con un lungo lavoro da graphic designer e videomaker alle spalle. Nato a Bergamo nel 1985, dopo il liceo artistico ha frequentato la Nuova accademia di belle arti di Milano. Realizza reportage e photo-story in cui immagini e testo s’intrecciano. Il suo percorso creativo gli permette di documentare la realtà fornendo materiali fotografici, letterari e giornalistici. Un lavoro possibile solo grazie a un’immersione profonda negli aspetti culturali, sociali e ambientali dei luoghi visitati. Negli ultimi anni ha viaggiato in Messico, India, Nepal, Indonesia, Laos, Thailandia e Bolivia. 

«Utilizzo la fotografia – conclude Lorenzo Zelaschi – come strumento per condividere la modalità visuale con la quale percepisco il mondo, e come un ponte per entrare in contatto con la gente, scoprire il nostro bel pianeta e rendere visibile la seguente verità: ciò che ci distingue risiede in noi ad un livello molto superficiale, mentre ciò che ci accomuna dimora nel profondo e ci definisce come esseri umani. Scrivo per corredare le immagini, accentuarne la poesia e la capacità comunicativa, là dove la parte visiva con tutta la sua potenza non può arrivare».

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