Home Bergamo-Con-La-Valigia Coronavirus, il racconto di una bergamasca in Svezia

Coronavirus, il racconto di una bergamasca in Svezia

Ai tempi del Coronavirus il distanziamento fisico forzato è stato un motivo di sofferenza per molte famiglie. Situazione ancora più complessa per quelle con parenti all’estero, numero non irrisorio anche per via dei tanti giovani che negli ultimi anni hanno lasciato l’Italia per vivere in Paesi geograficamente lontani.
Così i genitori si sono trovati a vivere forti preoccupazioni per quei figli andati in terre lontane e non di meno i giovani emigranti per padri e madri rimasti in una delle zone più colpite dal Coronavirus al mondo.

I nostri connazionali a volte sono stati contattati anche da giornalisti locali, che hanno cercato di capire come fosse lo stato dei fatti in Italia. È quello che è successo per esempio a Elena Peverada, bergamasca originaria di Costa Volpino che da una decina di anni risiede in Svezia con il marito Marco Bertoni (originario di Fino del Monte). La sua storia ci consente di fotografare, oltre al terribile stato di apprensione che hanno vissuto le famiglie scomposte in Paesi diversi, anche la situazione del Paese scandinavo, più volte sotto i riflettori della stampa italiana per via del diverso approccio all’emergenza.

Quando è stata l‘ultima volta che avete fatto ritorno in Italia?
Per Natale, avevamo pensato di tornare a Pasqua, ma ovviamente non è stato possibile.

Cosa fate in Svezia?
Io lavoro come coordinatrice del Patrimonio dell’Umanità della città di Karlskrona. Il centro storico e la base militare sono patrimonio dell’Unesco dal 1998. Marco lavora come professore per il Blekinge Institute of Technology.

Quando sono comparsi i primi casi di Covid-19 in Val Seriana (23 febbraio), cosa avete pensato?
Avevamo letto riguardo il virus e la diffusione che c’era stata in Cina ma forse in modo un po’ naïve, all’inizio avevamo sottovalutato la pericolosità del virus pensando fosse più semplice tenere sotto controllo la sua diffusione. Purtroppo, tanti come noi sono stati smentiti all’inizio di marzo quando è risultato evidente l’entità del problema. I miei suoceri sarebbero dovuti arrivare in Svezia più o meno intorno a quella data, ma gli abbiamo consigliato di rimanere in Italia, a casa e di uscire il meno possibile.

Cos‘è successo successivamente alla sua famiglia?
Per contenere la diffusione del virus, la casa di riposo dove le mie nonne erano ricoverate, ha vietato le visite agli esterni e ai famigliari. Purtroppo, nonostante questo, le mie due nonne sono morte a metà marzo, una a distanza di una settimana dall’altra. Non abbiamo il riscontro esatto che entrambe siano morte di Coronavirus. In contemporanea, sempre verso metà marzo, i miei genitori hanno iniziato a star male e ad avere i primi sintomi del virus. In una settimana i sintomi sono peggiorati, tutti e due avevano ossigenazione bassa e polmonite interstiziale. Mio padre è stato ricoverato per alcuni giorni all’ospedale di Esine dove ha ricevuto cure e assistenza. Al momento sono tutti e due guariti.

In Svezia nel frattempo come veniva gestita l’emergenza?
Nel momento in cui il virus si è iniziato a diffondere in Italia, in Svezia non si erano ancora prese specifiche precauzioni al riguardo. Ma verso metà marzo il Ministero della Salute ha iniziato a diffondere informazioni riguardo il virus, come evitare il contagio, incentivato a mantenere un distanziamento sociale, evitare viaggi all’estero e tra le regioni e lavorare da casa ove possibile. Tra le prime decisioni c’è stata quella di chiudere le scuole superiori, le università e di vietare eventi o raggruppamenti sopra le 50 persone. Le persone appartenenti ai gruppi a rischio sono state incentivate fin da subito a stare a casa. I comuni e le regioni hanno creato gruppi di lavoro per gestire l’emergenza. Sono stati triplicati i posti in terapia intensiva e vietate le visite ai ricoveri e agli ospedali. Molte aziende hanno chiuso volontariamente e mandato in cassa integrazione i lavoratori. I datori di lavoro pubblici e privati hanno incentivato il telelavoro.

È stata intervistata da un giornale locale, cosa avete raccontato ai giornalisti?
Sono stata intervistata dal giornale regionale BLT – Blekinge Läns Tidning il 29 marzo. Molti giornali svedesi hanno cercato di fare informazione intervistando svedesi residenti in Italia o italiani residenti in Svezia. Il tutto per cercare di dare un quadro della situazione e incentivare la gente a seguire le direttive del Ministero della Salute svedese. Sebbene lo Stato e il Ministero della Salute diffondesse informazioni giornalmente sul virus, molti consideravano il virus ancora come una influenza, questo ha portato i media a cercare di diffondere informazioni per sensibilizzare sull’argomento. Mi hanno chiesto della mia famiglia, di come tenevamo i contatti e di come ci si sentiva ad essere lontani.

In Italia in questi giorni si descrive la Svezia come un Paese che ha sottovalutato il Coronavirus. Si punta il dito contro l‘assenza di misure simili a quelle adottate in Italia. Cosa ne pensate?
Quando in Italia è iniziata la quarantena, non vedere la stessa risposta/reazione in Svezia è stato difficile, ma per lo più per il fatto che noi italiani residenti in Svezia eravamo con il cervello sintonizzato a quello che stava accadendo in Italia. Ovvero, anche se in Svezia la crisi non era ancora arrivata, noi vivevamo con l’angoscia della situazione in Italia. Forse è un po’ presto per poter sapere con certezza quali misure tra le tante adottate dai diversi paesi al mondo siano le più effettive. Inoltre, ogni stato ha gestito l’emergenza e i dati per le statistiche in modo diverso. Un raffronto diventa quindi molto difficile.
La Svezia ha attuato misure meno dure dell’Italia, vero, ma i presupposti sono diversi, basti pensare alla densità di popolazione.
Durante le vacanze di Pasqua per esempio c’è stato quasi il 90% in meno di mobilità nel Paese in confronto all’anno precedente. Inoltre, nella nostra città abbiamo notato che tutti si attengono ai comportamenti suggeriti dal Ministero della Salute svedese e il contagio è molto limitato nella regione nonostante siano già passati quasi tre mesi.

Adesso quando pensate di tornare?
Stiamo pensando di tornare questa estate, ma al momento è dura programmare perché la situazione è ancora molto fluida e sembra cambiare da un giorno all’altro.

Cosa farà non appena sarà in Italia?
La prima cosa sarà salutare e spendere tempo con i nostri genitori dopo l’angoscia di questi mesi. Ovviamente tenendo le distanze.

Come vive ora la distanza da casa?
Eravamo ormai abituati a pensare all’Europa un po’ come il giardino di casa, ma questa pandemia ci ha fatto scoprire che in realtà le distanze a volte son molto grandi. Siamo stati in contatto giornalmente con i genitori e parenti durante tutto il periodo della pandemia e tuttora. Ci piace pensare che questo abbia aiutato ad alleviare almeno un po’ le preoccupazioni dei nostri cari.

Il Covid-19 potrebbe fare tornare tanti italiani che vivono all‘estero?
Non so, di certo ha fatto cambiare la percezione delle distanze e della libertà individuale. Ma tra la nostra cerchia di amici nessuno ha intenzione di tornare per via del virus se non per poter passare un po’ di tempo con amici e parenti. Ma non per trasferirsi in pianta stabile.

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