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Aveva visto l’orrore di Auschwitz, si spegne Corrado Guaita

Ha speso buona parte della sua vita nel segno della testimonianza, incontrando migliaia di giovani studenti per raccontare loro l’orrore di Auschwitz. Purtroppo Corrado Guaita non potrà più farlo: si è spento nella notte intorno alle 2 alle Cliniche Gavazzeni, sconfitto nell’ultima sua battaglia da una malattia all’età di 89 anni (ne avrebbe compiuti 90 l’11 aprile).
Corrado Guaita nacque in una famiglia di piccoli agricoltori nel 1926 in Provincia di Pavia, nella Lomellina, terra di risaie. Quando con l’8 settembre 1943 in Italia scoppiò la guerra civile, Corrado aveva 17 anni ed era uno studente presso un locale istituto tecnico per geometri. Nel 1943 vennero chiamati a presentarsi ai distretti militari per prendere le armi anche i giovani di 17 anni, ma Corrado, insieme ad altri, decise di darsi alla macchia e di aderire alla resistenza. Arrestato dai fascisti venne portato in carcere e poi spedito in Polonia nel campo di Auschwitz Birkenau. Finita la guerra diventò un imprenditore nel settore della segnaletica stradale mettendo su famiglia nel milanese. Un volta in pensione negli anni sessanta acquistò una casa a Rovetta dove si trasferì. Entrò nell’associazione locale dei combattenti e reduci diventandone anche il presidente. Dopo tanti anni di silenzio sugli episodi accaduti durante la guerra negli ultimi decenni della sua vita ha deciso di impegnarsi nel raccontare quanto ha vissuto per contribuire a consolidare la memoria di quell’immane tragedia che si è consumata nei lagher tedeschi. Sono innumerevoli gli incontri nelle scuole, in molti casa davanti a centinaia di giovani radunati proprio per ascoltare la sua storia da film. Le sue memorie sono state affidate a un libro che attende ora di essere pubblicato.

Ecco quanto ci ha raccontato in un’intervista Corrado Guaita nel 2012.

«Quando siamo stati chiamati alle armi – raccontava in una intervista a Decoder -, sono andato a casa, ho salutato i miei, mi sono messo lo zaino sulle spalle e sono andato in Valdossola con la prima divisione Garibaldi al seguito del comandate Moscatelli (nome di battaglia Cino). Dopo pochi mesi conobbi il dottor Corrado Bonfantini comandate della divisione Matteotti, il quale chiese il mio trasferimento in provincia di Pavia perché avevano bisogno di un referente che aiutasse i renitenti alla leva a raggiungere i partigiani. Sono quindi tornato nella Lomellina, sono stato presentato al comandante della divisione Masia che a sua volta mi presentò il mio referente, il tenente Angelo Goi. A lui ho consegnato 33 renitenti. Una notte mentre stavo consegnando altri 5 renitenti siamo stati fermati, sicuramente qualcuno aveva tradito. Arrestato, portato a Pavia nella caserma Menabrea, abbiamo dormito una notte in una stanza senza letti. Mentre i cinque renitenti vennero liberati, in quanto scelsero di prendere le armi con le brigate nere (ho scoperto in seguito che poi alla fine sono tornati nelle fila della resistenza), io venni portato in carcere. Ero molto preoccupato: quando ci hanno presi ero l’unico armato e chi veniva preso con le armi era destinato alla fucilazione e temevo che avessero trovato la pistola automatica che avevo buttato poco prima di essere preso. Temevo di finire al muro. Da Pavia un mattino mi hanno incatenato, portato alla stazione e trasferito a Milano. Abbiamo attraversato la Stazione Centrale e sono arrivato a San Vittore. Nel carcere di San Vittore il primo maggio del 1944 le guardie mi hanno invitato a prendere la mia roba, compreso un pacco pieno di vestiti di lana inviatomi dalla mia famiglia (la mia salvezza). Siamo stati portati alla stazione di Milano Farini dove siamo stati caricati su un vagone merci destinato in Germania. Nei vagoni siamo rimasti sette giorni, eravamo in cinquanta e non sempre venivano aperte le porte per i nostri bisogni (vi lascio immaginare cosa possa essere successo). In Germania siamo arrivati a Auschwitz, un luogo a me sconosciuto che mai nemmeno avevo sentito nominare. Scesi dal treno ci hanno fatto entrare in una grande camerata vuota, ci hanno fatto lasciare i vestiti fuori, siamo entrati nel salone e ci hanno fatto una doccia con dell’acqua mista a acido che bruciava la pelle. Poi fummo portati nel nostro campo allestito per il nostro arrivo. Ero insieme ad altri italiani. Fuori c’era una scritta: “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, parole che non corrispondevano alla realtà. Abbiamo poi saputo che qualche prigioniero usciva a lavorare e la nostra speranza era proprio quella: uscire, non importava se dovevo lavorare, avevo solo 18 anni. C’erano le baracche, in ciascuna struttura di legno erano alloggiate venti persone. Dormivamo sopra a un pagliericcio, c’erano molte pulci e il cuscino era imbottito di stracci. Ci hanno dato una coperta di tipo militare, un cucchiaio e una ciotola che serviva come bicchiere. Non si faceva altro che girare lungo il perimetro del recinto, unico passatempo e tra di noi c’era molta diffidenza, i rapporti non erano fraterni, si aveva paura uno dell’altro. La verità è una, non si sapeva nulla né delle nostre famiglie, né della guerra. In Germania quel pacco che mi hanno mandato i miei genitori a San Vittore si è rivelato la mia salvezza. Quell’inverno è stato particolarmente freddo. Lì nella baracca c’era una stufa a carbone e già da metà ottobre c’era la neve, per questo dovevamo stare dentro la baracca e aspettare il rancio di mezzogiorno. A mezzogiorno arrivavano puntuali due camion con due grossi serbatoi scortati dalle guardie. Gli inservienti con un mestolo mettevano nelle nostre ciotole una brodaglia di rape bollite (verdura in genere destinata alle mucche e alle capre). Tutti i giorni un mestolo di quella roba lì e una fetta di pane dello spessore di due dita, al giovedì una patata, alla domenica due patate e capivamo che era domenica proprio dal fatto che ci davano due patate. Questa era la nostra razione giornaliera. Ho fatto una bella cura dimagrante: quando sono arrivato pesavo 70 chilogrammi, quando sono ripartito 40. Mi ricordo che un giorno, sempre nel nostro campo, vennero quattro soldati delle SS. Misero un tavolo lì e noi dovevamo sfilare e dare le nostre generalità e dire la professione. Io con un pizzico di furbizia dissi che facevo il panettiere, per cercare di andare a lavorare nelle cucine, ma invece non è successo nulla. Noi eravamo isolati e ignorati, eravamo persone perse, come nel vuoto, non si sapeva cosa pensare e dire. Pensavamo che se andava avanti così saremmo finiti di certo nei forni crematori. Sentivamo un acre odore di morte: quando il vento era favorevole sentivamo l’odore dei forni in funzione giorno e notte. Era un puzzo nauseante. Abbiamo scoperto solo dopo cosa stava succedendo agli ebrei. Lì bisognava cercare di sopravvivere, di non ammalarsi. Chi si è ammalato è stato portato via e non abbiamo saputo nulla. Non li abbiamo più visti. Un giorno abbiamo visto un movimento di uomini e mezzi e abbiamo sentito un colpo di cannone in lontananza. Nel gennaio del 1945 un bel giorno il rancio invece di arrivare alle 12 è arrivato alle 13,30. C’era qualcosa di strano, il giorno dopo il cibo è arrivato alle 14 e senza le guardie. Noi eravamo in allerta con la speranza di non finire nei forni crematori. Al terzo giorno sono arrivate tante camionette con le guardie che sembravano bestie inferocite, ci chiedevano di salire tutti sui camion. Io siccome ho visto che c’era un barile appoggiato alla rete ho preso il barile, me lo sono caricato sulle spalle e sono uscito andando verso le cucine. Per la strada incontravo i militari, li salutavo e loro pensavano che quello che stavo facendo mi era stato ordinato, sono entrato nelle cucine e sono stato lì tre giorni. Fino a quando il 27 gennaio del 1945 gli alleati sono entrati nel campo e ci hanno liberati».

Ecco la trasmissione proiettata anche in diverse scuole della provincia di Bergamo.

Il funerale è lunedì mattina alle 11.

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Tag: Corrado Guaita

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