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LYNCH MOB – The Brotherhood

Periodo di super lavoro questo per Mr. Scary, al secolo George Lynch, che dopo la reunion di fine 2016 con i Dokken, pubblica il nuovo lavoro ( l’ottavo da studio ) della sua creatura, i Lynch Mob, apprestandosi a tornare sul mercato anche con un nuovo capitolo della collaborazione con il cantante degli Stryper Michael Sweet.

Ma noi ci occupiamo dunque di “The Brotherhood”, che esce a due anni di distanza dal precedente “Rebel”, e che accanto a Lynch, vede il suo fido compagno Oni Logan alla voce e una sezione ritmica di tutto rispetto composta da SeanMc Nabb al basso ( Quiet Riot, Great White, Dokken e molti altri) e da Jimmy D’Anda ( Bullet Boys ) alla batteria. L’album esce per la piccola etichetta americana Rat Pack Records che aveva già pubblicato l’ep acustico “Unplugged, Live From Sugar Hill Studios” nel 2013 e “Sun Red Sun” nel 2014. Nel corso degli anni l’approccio dei Lynch Mob è cambiato non poco, e chi spera di trovare un suono simile a quello dello straordinario esordio “Wicked Sensation” dell’ormai lontano 1990 rimarrà sicuramente deluso, perchè la strada intrapresa da Lynch e Logan è decisamente diversa, privilegiando sonorità molto più classiche e quasi stoner a quelle simil-sleaze dell’esordio, caratteristica questa comunque già ben presente nei già citati “Sun Red Sun” e “Rebel”. Si comincia bene con “Main Offender”, scelta anche come singolo, pezzo costruito su un riff potente di Lynch e con un grande lavoro della sezione ritmica e su cui Logan costruisce un ritornello ipnotico che sfocia poi in un solo breve ma intenso. “Mr. Jekyll and Hyde” è stoner rock allo stato puro, materializzando in un attimo il deserto fotografato nella suggestiva immagine di copertina, mentre “I’ll Take Miami” ha un mood molto più classico che richiama per certi versi il passato della band. Ma la sorpresa di questa prima parte del disco è “Last Call Lady”, un pezzo molto melodico con un appeal radiofonico notevole, con un Logan straordinario interprete e con una parte solista di Lynch da applausi. “The Forgotten Maiden’s Pearls” permette a Logan di calarsi nei panni dello sciamano in un pezzo che si sviluppa tutto su una base acustica e tribale, probabilmente il brano più particolare di tutto il disco. “Until The Sky Comes Down” è costruito su un riff poderoso di Lynch che poi si apre in un ritornello molto orecchiabile, seguito da “Black Heart Days”, altro monolite hard rock di buon livello. “Dog Town Mystics” è la traccia più lunga del disco, oltre 6 minuti di visione lisergiche che non avrebbero sfigurato in qualche disco dei Kyuss, mentre “Miles Away” è una delicata ballata in cui mr. Lynch piazza uno dei solo più belli di tutto l’album. Note di merito sicuramente anche per la produzione di Chris Collier, che è riuscito a catturare lo spirito molto “live” della band, che con questo “The Brotherood” ha sfornato un altro grande disco di hard rock, da ascoltare con mente aperta e senza troppi paragoni con il ( glorioso ) passato.

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