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Stop per il Covid, ma il mondo dello sport dilettantistico chiede di ripartire

Ci sono squadre che hanno giocato una sola partita e si son viste fermare il campionato. Una beffa, dopo mesi di lavoro, incontri, protocolli da rispettare, genitori da rassicurare, iscrizioni pagate, sponsor che hanno dato sostegno. Lo sport dilettantistico da contatto si è fermato subito, causa aumento dei contagi e malati di Covid.

Prima l’ordinanza della Regione Lombardia e poi il nuovo Dpcm del Governo hanno fermato i campionati. La Regione pure gli allenamenti. Ma le decisioni hanno da subito innescato un coro di proteste. Nel mondo del calcio lombardo si è fatto portavoce dei malumori il Comitato regionale della Lega nazionale dilettanti che ha inviato alla Regione e al Coni una lettera firmata dal presidente Giuseppe Baretti per manifestare il proprio dissenso.

La serrata totale viene definita «uno schiaffo al mondo del calcio e dello sport giovanile e dilettantistico. Le società affiliate a Federazioni, infatti, hanno sin dalla scorsa estate profuso sforzi, impegni di personale ed economico per potersi adeguare ai rigidi Protocolli per la ripresa dell’attività, concordati dalla FIGC con il Comitato Tecnico Scientifico e dunque scientificamente validati, al fine di poter operare in sicurezza e per la tutela della salute di tutti i protagonisti. Tale aspetto non è mai stato sottovalutato dal mondo dilettantistico, che per primo si è fermato lo scorso 22 febbraio e tanto ha fatto poi per potersi riorganizzare in una ripartenza quanto mai difficile considerata la situazione generale. Tant’è vero che tali attenzioni e il comportamento adeguato degli operatori sportivi hanno evitato il sorgere di qualsivoglia focolaio all’interno delle nostre società, colpite da positività in casi percentualmente bassissimi e sempre “importati” dall’esterno, come dimostra il fatto che, anche nei casi di giocatore positivo, il virus non è stato trasmesso a tutti gli altri componenti delle squadre».

Più avanti si legge ancora: «Rigettando dunque a qualsiasi livello il ruolo di fonti di contagio che la totale chiusura ci vorrebbe affibbiare, troviamo ancor più incomprensibile che, costringendo le società sportive lasciar serrati i propri battenti, venga data la possibilità a tanti ragazzi, che nell’ambito delle nostre strutture sportive verrebbero monitorati rigidamente, di poter magari giocare nei parchi pubblici senza alcuna forma di controllo o, peggio ancora, di creare assembramenti, quelli sì, in posti anche chiusi con notevole maggiorazione del rischio di contagio».

«Oltre ad essere incomprensibile come possa essere ritenuta più pericolosa un’attività salutare, condotta all’aperto in spazi amplissimi, rispetto a molte altre situazioni della vita quotidiana che attualmente risultano però autorizzate – prosegue la lettera -, viene anche da chiedersi, in tema prettamente calcistico, che differenza ci sarà mai fra un atleta delle categorie Allievi o Giovanissimi che gioca in una squadra dilettantistica e quello che milita invece nella corrispondente categoria di una società professionistica, oppure tra la Serie D, campionato nazionale dilettanti, e gli altri campionati regionali dilettantistici, se a dover essere tutelate sono la salute e la sicurezza».

Infine, la richiesta di un «immediato adeguamento delle disposizioni regionali a quelle nazionali, con conseguente riapertura ad allenamenti e gare, come da Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, unica via per garantire la prosecuzione e la continuità delle attività sportive in Regione che diversamente verrebbero a trovarsi a forte rischio di sopravvivenza».

Il testo completo si può trovare a questo link.

Anche il presidente nazionale del Csi, il bergamasco Vittorio Bosio, ha scritto una lettera aperta al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La riportiamo per intero:

«Il Centro Sportivo Italiano conferma la propria volontà di mettere in campo tutte le azioni utili per il contenimento del contagio da COVID 19.

Proprio per questo, fin dalle prime riaperture della pratica sportiva, ha adottato, su tutto il territorio nazionale, protocolli igienico-sanitari seri e rigorosi, in collaborazione con importanti autorità scientifiche e mediche. Le oltre 12.000 associazioni sportive, oratori, palestre affiliati al CSI e i comitati territoriali dell’associazione hanno l’obbligo di seguirli per partecipare all’attività ufficiale. Abbiamo, tutti insieme, affrontato significative spese per la ripartenza, tra sanificazioni, corsi di formazione per operatori COVID, aggiornamento dei protocolli di pulizia, adeguamento degli spazi sportivi per evitare assembramenti, elaborazione di metodologie di allenamento e di gioco basate sul distanziamento fisico.
Abbiamo deciso di mantenere tutte le nostre attività “a porte chiuse”, collaborando e dialogando con i genitori e abbiamo scoperto senso di responsabilità da parte di tantissimi ragazzi e ragazze, dirigenti ed allenatori.
Per loro, per gli atleti più giovani, che più di tante altre categorie hanno subito gli effetti di questa pandemia, siamo convinti che lo sport possa proseguire, nel rispetto delle norme che ci siamo già dati e che il governo vorrà ulteriormente introdurre, pronti a denunciare quanti, anche tra gli enti di promozione sportiva, agiranno per aggirare le regole.
Siamo convinti che il distanziamento fisico imposto dal virus non debba privarci ancora della relazione umana di cui abbiamo bisogno.
Possiamo anche dimostrare che l’incidenza dei contagi negli ambienti sportivi è realmente residuale, ma oggi la sfida che vogliamo vincere, insieme alle istituzioni, è quella di rendere possibile vivere esperienze sportive, da sportivi veri; ovvero: rispettando tutte le regole».

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