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Bergamo con la valigia: Roberta a Bonn per studiare le capacità cognitive dei pesci

Studiare i comportamenti dei meravigliosi abitanti del mare: è l’affascinante professione di una giovane bergamasca che dalla fine del 2019 vive a Bonn, importante città della Germania occidentale con oltre 300.000 abitanti.

Roberta Calvo, 27 anni, con una laurea in Scienze Biologiche (2016, Università di Pavia) e in Neurobiologia (con lode, 2018, Università di Pavia) ha lasciato la Città dei Mille per svolgere un dottorato in Neuroscienze presso l’Università di Bonn, Dipartimento di Zoologia.

“Lo scopo del mio progetto – racconta – è studiare le capacità cognitive nei pesci. In particolare, indagare quali potrebbero essere le aree del cervello del pesce (Pseudotropheus zebra, un teleosteo appartenente alla famiglia dei Ciclidi proveniente dai laghi africani) coinvolte nella memoria, nell’apprendimento e nel processamento di informazioni cognitive. Il mio progetto quindi essenzialmente si divide in due parti: esperimenti comportamentali con gli animali ed esperimenti in laboratorio, ovvero analizzare l’espressione di geni (IEGs, immediate early genes) coinvolti nell’apprendimento e nel processamento delle informazioni cognitive nelle diverse aree del cervello”.

Diventare una biologa marina era il sogno di Roberta da piccola. “Proseguendo con gli studi – continua – sono rimasta affascinata dal mondo della neurobiologia e delle neuroscienze in generale. Ho deciso quindi di cercare un dottorato che mi desse la possibilità di unire le mie due grandi passioni. Inoltre ho sempre amato viaggiare, visitare posti nuovi e conoscere persone e culture diverse. Diciamo che non ho mai avuto in mente precisi Paesi in cui andare, ma ho sempre saputo che prima o poi sarei partita. Soprattutto nel mio campo, l’esperienza all’estero è fondamentale per la carriera e purtroppo l’Italia non offre grandi opportunità (dal mio punto di vista)”.

Prima di trasferirsi in Germania la bergamasca ha vissuto anche a Londra. “Sono partita con il progetto Erasmus traineeship (dopo la laurea) – spiega -. Ho vissuto nella capitale del Regno Unito per 7 mesi. Ho lavorato all’Imperial College su un progetto che prevedeva l’utilizzo della TDCS (Transcranial direct current stimulation) su pazienti sopravvissuti a ictus cerebrale per migliorarne attenzione-vigilanza e deficit neuronali”.

Bergamo, Londra e Bonn sono senza dubbio città totalmente differenti. “A Bonn lo stile di vita è molto diverso rispetto a quello di Londra, una tra le metropoli più grandi al mondo, ma sicuramente si vive bene. Mi sono integrata tranquillamente, pur non parlando tedesco: ho tanti amici e mi sono sentita come a casa fin da subito”.

Cosa manca di più dell’Italia (e Bergamo)? “Sicuramente la mia famiglia – risponde -, i miei amici, i miei affetti più cari. Vivo all’estero ormai da 2 anni, quindi diciamo che ci ho fatto l’abitudine, ma la mancanza credo che non passerà mai”.

Roberta ha assistito da lontano quanto è accaduto a Bergamo con la pandemia. “Quando nel febbraio 2020 è esplosa in Italia – ricorda-, in Germania la situazione era diversa. I primi casi sono stati registrati ad aprile e, fino a quel momento, pochissime persone davano il giusto peso al problema. Ovviamente sono stati giorni immensamente difficili, leggevo notizie terribili sul mio Paese e la mia città, ed ero preoccupata per la mia famiglia, anche perché non avrei potuto fare nulla. Per quasi 6 mesi non sono riuscita a tornare a casa (avevano cancellato tutti i voli), sono riuscita a tornare in Italia solo a luglio. Da un certo punto di vista sono stata fortunata perché, essendo ricercatrice, ho sempre lavorato anche durante il lockdown che, in Germania, non è mai stato duro come in Italia. Nel Land in cui vivo (Nord-Reno Vestfalia) le misure restrittive sono meno rigide: negozi, bar e ristoranti sono chiusi ma abbiamo la possibilità di uscire di casa per passeggiare, per esempio”.

Quali sono le prospettive? “Mi piacerebbe sicuramente proseguire nel mondo accademico – risponde -, ma non credo di voler rientrare in Italia, soprattutto perché in Italia non credo venga dato il giusto peso ai ricercatori. Ma la strada è ancora lunga, quindi non escludo nulla a priori!”

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