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Pagnoncelli a Clusone: «C’è ancora una diffusa preoccupazione»

Preoccupati del futuro: lo sono gli Italiani secondo il quadro tracciato da Nando Pagnoncelli, ricercatore sociale e presidente di Ipsos Italia, invitato ieri sera a Clusone a un incontro pubblico promosso dall’associazione culturale Il Testimone in collaborazione con il Gruppo Lumen di Gandino dal titolo “Elezioni 2018, tra realtà, promesse e post verità”.

«Tra gli italiani c’è una diffusa preoccupazione – ha spiegato Pagnoncelli – nonostante il nostro Paese viva una situazione migliore rispetto a qualche anno fa. Siamo infatti usciti dalla recessione; c’è una crescita seppur flebile, ma che comunque fa segnare un segno positivo; c’è un rialzo dell’occupazione e i consumi hanno avuto una ripresa. Tuttavia persiste un atteggiamento di forte preoccupazione rispetto alla situazione che stiamo vivendo e alle prospettive del Paese. Facendo un confronto con altri Paesi, non solo europei, in Italia c’è un’attitudine a vedere le cose in modo più negativo rispetto ad altri contesti».

Perché tutto questo? «C’è un elemento che ci preoccupa – continua –: il futuro dei nostri figli, perché per la prima volta dal dopoguerra viviamo in una fase in cui pensiamo che le future generazioni staranno peggio di noi. Lo sosteniamo in relazione al fatto che l’ascensore sociale si sia interrotto e in qualche modo la mobilità sociale si è fermata. Questo è un elemento che influenza una serie di atteggiamenti. Allo stesso tempo sorvoliamo sul fatto che viviamo in un’epoca in cui il reddito medio pro capite è aumentato rispetto alle generazioni precedenti, la durata della vita media si è allungata, il livello di benessere si è innalzato, l’innovazione tecnologica apporta benefici alla nostra vita e lo stesso vale per il progresso scientifico. Tuttavia vediamo persone preoccupate, perché è come se fossero in una certa misura private del loro futuro. Il futuro ci inquieta e determina un atteggiamento di difesa e quindi siamo più inclini a vedere le cose che ci dividono piuttosto di quelle che ci uniscono».

Perché in Italia non si riesce a cambiare le cose e la politica non si fa carico di interventi strutturali? «Nel nostro Paese vediamo una sorta di deficit di riflessione sulla nostra identità e sugli ancoraggi comuni – afferma Pagnoncelli -. Questo non è un dato trascurabile, è infatti quello che in una certa misura rende accettabile il fatto che il governo di turno possa proporre provvedimenti e riforme impopolari, che però nella maggior parte dei Paesi, seppur con un po’ di dissenso, vengono accettate perché collegate a un interesse generale e il singolo cittadino è disposto a rinunciare a qualcosa in virtù di un bene comune e superiore. Nel nostro Paese invece ci troviamo in una situazione di ripiegamento difensivo di indisponibilità. Il cambiamento è più reclamato che agito. Tutto questo purtroppo si innesta in una situazione in cui le forze politiche tendono a inseguire l’opinione pubblica, i cittadini, i desideri, le paure e le aspettative. Molto spesso però i cittadini esprimono bisogni e aspettative, opinioni e atteggiamenti legati a false credenze. E anche qui il tema di fondo è che ognuno è titolare di una verità e non sempre ci si confronta e ci si ritrova in una lettura comune del Paese».

«In tutto questo – conclude – tuttavia ci sono anche molti aspetti positivi che coesistono con quelli negativi: il nostro è un Paese con una imprenditorialità diffusa molto ampia, sono 4.300.000 imprese che operano in Italia; siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa e non dimentichiamoci delle imprese che esportano e continuano a crescere crisi o non crisi. Non per ultimo c’è un capitale sociale non indifferente: il grande reticolo di associazioni presenti, il no-profit, il volontariato, le donazioni, però siamo inclini a vedere di più gli aspetti negativi di quelli positivi e questo frena molto il nostro Paese».

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