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BLOODY HEELS – Through Mystery

La globalizzazione, termine molto in voga negli ultimi anni, non risparmia neanche la musica, se è vero che uno dei migliori dischi recenti di hard rock/ hair metal che dir si voglia, arriva addirittura dalla Lettonia. Il nome dei Bloody Heels circolava già tra gli appassionati da qualche anno dopo l’ep “Summer Nights” uscito nel 2014 e ora finalmente è possibile ascoltare la band lettone con un album intero.

La band è formata dal cantante Vicky White, dal chitarrista Harry Rivers, dal bassista Chris Flint e dal batterista Gus Hawk, ed ha un’immagine che ci riporta dritti sul Sunset Boulevard a cavallo tra la metà degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Ma non è solo l’immagine a farci fare questo viaggio indietro nel tempo, perchè il sound che i quattro baltici ci propongono è proprio figlio di quell’epoca e di quelle band che hanno lasciato un segno indelebile anche nelle nuove generazioni, anche a latitudini decisamente sorprendenti. L’apertura è affidata a “Danger Calling”, robusto pezzo di hard rock con influenze quasi AOR, mentre la successiva “Can’t Help Myself” si muove su coordinate che potrebbero ricordare qualcosa degli Slaughter più “hard”, in un pezzo che mette in mostra l’ottimo lavoro della sezione ritmica. La title track è una ballata piuttosto atipica giocata su un tappeto di tastiere molto anni ’80, a mio avviso forse uno dei brani meno riusciti del disco, ma i quattro rocker lettoni si riprendono subito con “Victim”, pezzo “cattivo” al punto giusto e dotato di un ottimo refrain. Ma è alla traccia numero cinque che secondo me è possibile sentire tutto il potenziale di cui dispongono i Bloody Heels, un clamoroso pezzo di sleaze rock fumante introdotto da un’armonica che poi deflagra in tutta la sua potenza, ed è davvero difficile non pensare agli Skid Row di “Slave To The Grind”. Molto bella è anche “Hope”, tra Danger Danger e Firehouse, coordinate su cui si muove anche “Bittersweet Memories” con un coro che ti si stampa subito in testa. “Love May Have Gone” è un altro dei momenti “forti” del disco, hard rock con tonnellate di melodia e che grazie soprattutto alla prova di White e al bel solo di Rivers si candida come uno dei pezzi migliori del disco, che a mio avviso cresce decisamente nella seconda parte, prova è che anche la conclusiva “One More Time” sia un brano decisamente sopra la media, accostando i nostri ad un’altra giovane band di belle speranze come gli americani Tempt. Il disco è stato di fatto autoprodotto dalla band ma ne è appena uscita l’edizione giapponese a cura di Anderstein Music, nuova etichetta del Sol Levante che ha pubblicato per esempio anche i lavori di Viana, Danger Zone, Radio Sun e Zaneta tra gli altri, che aggiunge come bonus le 5 canzoni dell’ormai introvabile ep d’esordio.

Giudizio dunque più che positivo, i margini di miglioramento sembrano davvero ampi, se i quattro ragazzi lettoni sapranno focalizzare al meglio la strada da intraprendere potrebbero davvero essere tra le migliori nuove realtà della scena.

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