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BAD RADIATOR – V

E’ un vero piacere per me potervi parlare del quinto album degli svedesi Bad Radiator che dal 2012 sfornano ottimi dischi autoprodotti e che con questo “V” sono appunto arrivati al quinto capitolo della loro discografia. Mi sono spesso chiesto come mai, dopo ben 4 album, i nostri non abbiano ancora trovato un’etichetta e anche per questo quinto lavoro si siano affidati all’autoproduzione. Magari è una scelta ben precisa da parte della band, magari invece solo una poca attenzione dell’etichette di genere, comunque sia come dicevo all’inizio sono molto contento di potervi parlare di questo “V”, che a livello sonoro continua sul sentiero tracciato dai precedenti dischi, ovvero un melodic rock con diverse influenze westcoast, che via via, album dopo album, si è affinato e ha trovato in questo nuovo lavoro la famosa “quadra”.

La band è guidata dal cantante Mikael Lundgren, che si occupa anche delle tastiere, dal chitarrista Klas Bergvall, da Jan Persson al basso e Roger Hansson alla batteria, tutti musicisti sicuramente non di primo pelo, se pensiamo che una prima incarnazione della band con il nome di Grace era già attiva negli anni ’80. “Long Way From Home” posta in apertura è costruita su un riff insistito e con un tappeto di tastiere/hammond molto seventies, un mid tempo forse inusuale per aprire un disco ma che rappresenta bene la proposta dei quattro scandinavi, mai banale o scontata. A seguire troviamo “Heart Attack”, un bel pezzo di hard/melodic rock con la chitarra di Bergvall in evidenza, anche qui il riff portante della canzone viene supportato dalle tastiere, anche se con un suono decisamente più “moderno”, che mi ha fatto venire in mente alcune cose dei canadesi Saga. “Coming Home” ha un tiro più canonico se vogliamo, melodic rock di tipico stampo scandinavo, così come “Rock’n’Roll”, entrambe mi hanno ricordato gli Stage Dolls, soprattutto quelli di “Get A Life”. Da segnalare sicuramente anche “Fake”, westcoast di ottima fattura con un Lundgren ammaliante e “Tell Me Why I’m On The Run” in cui l’influenza dei Toto è evidente. Andando verso la fine troviamo “I Can’t Take It Anymore” che ci ripresenta le sopra citate similitudini con i Saga, un pezzo dal vago sapore “progressivo” se mi passate il termine e la conclusiva “Falling Leaves”, ballatona costruita su una base di piano e voce che poi si sviluppa grazie anche ad un bel solo di Bergvall e una costruzione melodica di tutto rispetto. Pollice sicuramente alto per questo nuovo lavoro del quartetto, che come per i precedenti dischi merita un ascolto attento per poter cogliere tutte le sfumature di un suono che pesca a piene mani da diversi generi, arrivando ad avere un trademark del tutto personale, cosa assolutamente non da tutti.

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