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DUST BOWL JOKIES – St

Secondo lavoro per la band svedese dei Dust Bowl Jokies dopo l’ottimo esordio “Cockaigne Vaudeville” targato 2012, uscito originariamente come autoproduzione e successivamente stampato dall’etichetta francese Bad Reputation. Per questa seconda release il gruppo svedese si è avvalso di una campagna per finanziare l’album tramite Pledge Music, un tipo di espediente sempre più usato per ovviare al fatto che ormai visto i dati di vendita medio bassi degli ultimi anni, le case discografiche non sono più disposte ad investire nella realizzazione di dischi, limitandosi spesso alla sola stampa/promozione di un prodotto già pronto. Questo autofinanziamento tramite i fans che di fatto comprano il disco ancora prima di essere registrato permette a tutti quanti di poter lavorare con più sicurezze, senza il rischio di non riuscire a recuperare neanche le spese vive di realizzazione.

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Questo ha portato i Dust Bowl Jokies a strappare un contratto con la neonata etichetta Rodeostar Records, di fatto una succursale della tedesca SPV. Non nascondo il fatto che l’esordio discografico del quintetto di Solvesborg mi fosse piaciuto molto e che secondo me superava a livello qualitativo tante uscite ben più reclamizzate, per cui aspettavo con curiosità questa nuova release. Sono 10 le canzoni che compongono questo loro nuovo lavoro e che non fanno altro che confermare quanto di buono avevamo ascoltato nel disco d’esordio, un mix di sonorità classiche e cose più attuali, tipiche della scena rock’n’roll scandinava degli ultimi anni. L’apertura del disco è affidata a “Mama Cocha”, mid tempo che deve parecchio agli Hardcore Superstar dei primi dischi, seguita da “The Moon Hanger Groove”, scelta anche come singolo, che si basa su un riff molto ruffiano e che permette al cantante Alexx di mettere in mostra la propria attitudine. La traccia numero tre è “Borderland”, forse il pezzo meno scandinavo e più “americano” del lotto, atmosfere quasi western per uno dei picchi qualitativi del disco, insieme alla successiva “Old Fashioned Country Canvas”, un bellissimo pezzo che molto deve ai seminali Hanoi Rocks arricchito da un sax che lo rende davvero irresistibile, il classico pezzo che da solo vale l’acquisto del disco. Ma i Dust Bowl Jokies hanno altre frecce nel proprio arco, a cominciare dalla trascinante “Pink Flamingos” in cui fanno ancora la comparsa dei fiati molto indovinati e in cui emerge l’ottimo lavoro della coppia di chitarristi Tell e Nicke. Con “Rawbone” i nostri confezionano una ballata per sole chitarre acustiche, voce e armonica in cui si erge ancora protagonista Alexx, dotato di una voce abrasiva capace di districarsi bene anche in questo contesto. Si torna poi sui sentieri del rock’n’roll con “Bad Juju” e “Hogs & Heifers” prima che arrivi un’altra ballata dal titolo “Son of the Sun”, abbastanza standard ma impreziosita ancora una volta dall’uso dei fiati per un risultato finale comunque positivo. Chiusura del disco affidata a “Lulu”, altro pezzo accostabile agli Hardcore Superstar del primo disco. Insieme agli Shiraz Lane i Dust Bowl Jokies sono una delle realtà emergenti della sempre florida scena scandinava, sentiremo ancora parlare di loro.

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