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WHITESNAKE – Flesh & Blood

“Nessuna nuova, buona nuova” recita un famoso proverbio che mi sembra molto adatto a commentare “Flesh & Blood”, il nuovo album da studio del serpente bianco, che come molte altre band storiche, ogni qualvolta decide di uscire con un nuovo album deve passare una certa gogna mediatica che inevitabilmente parte da fare paragoni con il passato.

I Whitesnake dell’anno di grazia 2019 sono una band solida, rodata e che guidata come sempre dal capitano Coverdale ha partorito un album che include tutte le principali caratteristiche che hanno reso grande la band fin dalla fine degli anni ’70, ovvero il tipico gusto britannico per l’hard rock con qualche spruzzata di “americanismo” venuta avanti da “1987”, il loro album di maggior successo. Se dovessi fare un paragone con il passato direi che questo nuovo lavoro va proprio ad infilarsi tra il già citato “1987” e il successivo “Slip of the Tongue”. Dagli arrangiamenti alle melodie tutto ci proietta in quello spazio temporale, mentre i testi sono ovviamente quelli che da sempre Coverdale ama cantare, non aspettatevi prese di posizione sul clima o sulla politica mondiale, qui si parla d’amore, di sesso e di rapporti più o meno turbolenti con il gentil sesso, che magari considerata l’età dello stesso Coverdale fanno sorridere in alcuni momenti ma che rispecchiano in toto lo spirito del disco. Bordate come “Good To See You Again” e “Shut Up & Kiss Me” ( dotata di video iper-tamarro ma perfetto per la canzone ) sono decisamente un bel sentire, le chitarre di Reb Beach e Joel Hoekstra macinano riff su riff, ben assisititi dalla sezione ritmica in cui spicca come sempre il drumming tellurico di Tommy Aldridge, uno che pare veramente aver fatto un patto con il diavolo. A completare la formazione troviamo Michele Luppi alle tastiere, che a dire il vero in questo nuovo lavoro ricoprono un ruolo molto marginale, importante soprattutto in sede live quando la sua bellissima voce è di supporto importante a quella di Coverdale. “Gonna Be Alright”, “Always & Forever” e “Trouble is Your Middle Name” sono altri classici pezzi del serpente bianco, mentre “Hey You ( You Make Me Rock)” ha un incedere quasi ipnotico e sofferto, che lo rende probabilmente il pezzo più particolare del disco. Personalmente ho apprezzato molto “When I Think of You ( Color Me Blue)” e “Heart of Stone” , i due pezzi più tranquilli del disco, in cui il caratteristico timbro di Coverdale è in grado ancora di emozionare come una volta e in cui è possibile ancora apprezzare il grande lavoro della coppia Beach/Hoekstra che sembra aver raggiunto un’intesa ottimale. Menzione a parte per “After All” , brano per chitarra acustica e voce che non fa altro che confermare il mio giudizio più che positivo su questo ennesimo capitolo della storia del serpente bianco, pronto ancora una volta a riprendersi il centro della scena…e così sia.

 

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